martedì 24 maggio 2011

La meraviglia dei pesci rossi

Per dimostrare la sua abilità di tiratore,
che nessuno mi sembra abbia mai messo in discussione,
un pomeriggio, al luna park, mi riportò indietro con una busta
con due pesci rossi che nuotavano eccitati e disorientati.
Una volta presa posizione in un punto luminoso e accessibile
della cucina, tra la dispensa e le pentole, girovagavano
nella grossa cuccuma di vetro che avevo scelto per loro,
curandosi di più di riorganizzarsi la vita, conoscersi meglio,
riprodursi, mangiare con soddisfazione, che degli strani esseri
che ogni giorno manovravano nervosamente oggetti
la cui funzione doveva sembrar loro quantomeno futile.

Quando le uova si schiusero decisi
che una cuccuma, seppur grande e trasaparente,
non era un luogo adatto a far crescere dei piccoli.
In una giornata di sole primaverile
rimasi un po’ seduto sul bordo prima di ritornare
e raggiungerlo nel suo passo deciso – immaginavo
lo stupore di quei pesci a cui non avevo neanche
fatto in tempo a dare un nome, nel vedersi
catapultati in una vita rinnovata, più ampia e ariosa,
dai colori scuri e mutevoli, come forse non l’avevano mai conosciuta.
Il laghetto di Villa Pamphilj non sarà il mare, va bene,
ma ha anfratti dove ripararsi, prepotenti da cui difendersi,
piante e plancton con cui cenare nei giorni di festa.
Tenni la busta trasparente a sgocciolare per un po’
racchiuso in una felicità insolita, al pensiero di come
a quella famiglia – almeno – era stata data una possibilità.

sabato 21 maggio 2011

4 Novembre

Nei miei ricordi oggi c’è sempre il sole,
l’aria è fresca e profuma di aranciata,
chiacchiere allegre e patatine che mio nonno
si infilava di nascosto nella tasca della giacca,
quella buona delle feste, la sola.
Ci sono le note di poche canzoni popolari
rimescolate per ottoni e grancassa, e i vecchi
del paese che ravvivano le solite storie, soffiandoci
sopra come si fa col fuoco, e c’è la fine della mia attesa
durata un anno che mi sembravano mille.
Come quando mio nonno mi raccontava che
la gente si abbracciava, le campane che suonavano,
e i piedi gonfi dal tanto camminare, che non lo sentivi
il dolore, tanta era la gioia di poter tornare.
Come il pianto di mia madre quando le sirene
non suonavano più per farli scendere giù,
in cantina, dove si faceva finta di essere al sicuro.
Tutte storie che ti restano dentro, come l’umidità
delle trincee, o il suono degli stukas lassù in alto.
Così vicini.

Il giorno in cui tu cesserai di respirare e maledire il mondo
uscirò per strada come facevo con tuo padre, tenendolo
per mano e lascerò che il sole mi inondi il viso, salutando
gli amici che incontro nel percorso tra casa e municipio.
Ci saranno le vecchie bandiere tirate a lucido, e le sedie
saranno state coperte da tessuti colorati e sui tavoli
abbonderanno aranciata e patatine, da mettersi in tasca
e poi bere nei bicchieri di carta e brindare facendoli tintinnare,
come se fosse sciampà, e ridere senza più pensare
che la guerra ci ha fatto male, come l’attesa, accucciati,
sperando che passasse, per tornare a vivere, in attesa
di un altro pericolo. Peggio delle bombe, e dei fucili
di tutte le persone che si credono civili e che ti tengono giù,
col fiato sospeso, a sperare nel sole.
Prenderò mio nonno e festeggeremo insieme
Festeggerò la fine di una guerra infinita
che nessuno di noi due avrebbe mai voluto
e che solo tu, solo contro tutti, ha dichiarato;
che solo tu, contro i fantasmi, continui a combattere,
senza vedere che non ci sono più nemici da affrontare,
né regole di ingaggio, né più vita da dichiarare.

lunedì 21 marzo 2011

three little poems

1.Pieces into little pieces

When I was your age, even much older,
the idea of making a larger image
out of small and smaller bits and pieces
was a real stranger to me
and a sort of a nightmare too.
I used to focus on the sample on the box, looking
for colours or a detail that would help me
but my eyes would stay out of focus for a while
and had to close them and open them again
the way you now reboot a computer.

When you, with few wordless effective words,
talked me into making the jigsaw you liked best with you,
I was overwhelmed with fear at first and pleasure later,
when I saw the picture completed. I know it was an easy one
and I was guided by your fresh smart brown eyes, but still
it was a new victory for me over my own self.

Your smiles of satisfactions, the soft yeahs at every
bit sliding back to where they belonged,
had set my eyes free from short focusing,
floating away on to that unfathomable design
that had brought us together, lying on an Irish
countryside timber floor, trying hard to compose
a Winnie the Pooh pastoral scene,






2. Jumpin’ the trampoline

I have honestly tried to write decent poetry
for quite a long time now and whether
I succeded or not, what I do is try to see
the power lying over small, ordinary things.
I had never realized though, until last summer,
as it needs a lot of energy, concentration and
failed attempts to jump on a trampolin as a couple.

On a sunny afternoon I saw, considering
my bad knee and the lack of exercise
how hard it is to find your own rhythm first,
and then tune in with that of the other person,
you, as happy as a pig in shite, with your little age
yet unaware much more than me that in life, with its
ups and downs, you have to follow a rhythm, go by your own verse,
take an eye to the other person’s, so that
someone can follow yours, join in, come up
with ideas and change your life into
something else, well away from what you had
planned or immagined for yourself.

3. Dancing Queen

Your curiosity over my Ipod reminded me
how distant our generations are.
I was hypnotised by a small black record
being swallowed by a flat fat thing
that spitted it out when it finished playing
You are fascinated by my Ipod's wheel
the way it clicks and what you can do
with its blue bars full of names.
Technology nowadays enables you to create
small magics with few simple movements.
This is how I slip my ipod in my back pocket
put one hearing on each, take you up
in my arms and the kitchen
turns into a dance hall.
We know now we can jive, we can have
the sweetest time of our lives
floating, wrapped around each other,
following our soft smiles.

sabato 26 febbraio 2011

Vorrei tanto non saper più scrivere,
produrre pensieri,
elaborare in modi creativi parole o frasi
che sappiano descrivermi.
Vorrei non aver più lingua né idea.
Un mimo privato della sua lineare dignità,
un acrobata che si costringe a camminare coi piedi
attaccati al terreno, procedendo su una linea
ideale, monotona, ininterrotta.
Una belva resa feroce dall'impazienza,
vorrei non saper come esprimere
quel nulla in cui mi trovo costretto ad essere
e di cui proprio nulla, in realtà, conosco.
Scelgo l'immobilità, non l'attesa, solo sapendo
l'orrore amico che nasconde
la possibilità di un'altra storia, l'oscuro
non più affascinante, dietro la prossima curva.

martedì 15 febbraio 2011

Il senso del tempo della gatta

Giorno dopo giorno sul divano ci aspetta,
in pomeriggi dissolti in prime sere di echi
di quiz televisivi e notizie flash, ingannando
un tempo che le deve sembrare eterno
o inesistente, tanto uguale a se stesso nella fissità della casa
vuota. Torno, accendo la luce costringendola a guardare
quel suo mondo conosciuto con gli occhi a fessura, stordita.
Tu rientri poco dopo e la sua giostra si riaccende di nuova vita,
come dopo un inverno, lungo, freddo, prevedibile nella sua assenza
di colori e tepori. Basta stiracchiarsi, strusciarsi, chiedere due coccole
per ritornare ad essere quello che è sempre, a vivere come sa vivere.
Nella frenetica sera di passi, odori, rumori di piatti e posate, luci e colori lcd,
lei partecipa attivamente; si apposta, scatta, fiuta, prende turni di riposo sotto
la sedia. Si rifocilla. Per poi tornare a ispezionare quel territorio, quel tempo
che fino a poche ore prima non era.
Non luci, non odori o rumori. A malapena un filo di vita che potrebbe anche essere stata
immaginata.
Solo il suo respiro eisteva, inudibile, quasi, perfino a se stessa.

lunedì 13 dicembre 2010

Daje de tigna

Vista dal freddo clima di crisi di un paesino del profondo e rurale west dell'irlanda, il mini sbrocco di Claudio Ranieri contro l'entourage propagandistico del nord padrone incarnato dalla redazione sportiva di SKY potrebbe far sorridere come uno dei tanti episodi della nostra italiuccia che, visti da lontano, da chi ha negli occhi altre realtà, sembrano piccoli piccoli. E forse in una certa ottica potrebbero pure esserlo. Tanto è vero che la maggior parte della stampa generica italiana minimizza, anzi mette lo sbrocco dell'allenatore di San Saba in contrapposizione con la vittoria della Roma: un titolo ripreso da più parti recitava più o meno "La Roma vince MA Ranieri litiga con SKY", come se la vittoria fosse stata "sporcata" dalla reazione ad una o più provocazioni. Avranno dato alla squadra capitolina due punti e tre quarti, vincolando il restante quarto ad un ritorno di Ranieri a Canossa? Oppure alla fine del campionato, contati i punti e definite le posizioni, la disciplinare si riserverà di decidere se validare o meno quella vittoria viziata da un colpo di realismo linguistico?
Quello che ha fatto Ranieri è stato un atto di restituzione su vari livelli: ha ridato un valore oggettivo ad alcune parole, tanto per cominciare, rimettendo al loro posto di servi blateranti di un potere economico e politico noto da tempo, quelli che nel linguaggio slavato dal politically opportune dei nostri tempi tutti chiamano giornalist sportivi, nel dettaglio un ex calciatore che ha maldestramente tentato una carriera politica nel centrosinistra, per poi recitare a soggetto le lodi di questa o quella squadra con la maglia a strisce, e un ex scribacchino mediaticamente riciclatosi sfruttando l'apparente oggetiva scientificità dei numeri nel calcio, finendo per fare esattamente l'opposto di quello che i grandi scrittori di calcio (che non nomino per non sporcare la memoria di una grande tradizione letteraria). In una parola due servi, giornalisti tanto quanto lo possono essere un minzolini o un belpietro, picchiatasti a comando, burattinetti con fili visibili e di colore variabile (all'interno di una gamma bianco rosso azzurro nero). Li ha definiti provocatori, io li avrei chiamati creatori di fango virtuale (per quanto l'odore farebbe pensare a sostanza organica differente), ha restituito alla superficie un meccanismo di servilismo che tutti conosciamo bene e che possiamo ascoltare ogni volta che determinate squadre vengono sempre comunque incensate, esaltate, adulate, con spazi e priorità che non sono minimamente paragonabili a quelli concessi al resto delle altre squadre. Rispecchiando fedelmente la mappa dei favori arbitrali, delle coperture di magheggi finanziariomafiosi vari.
E allora mi piace la tigna di Ranieri, perché si allinea con quella del napoletano ex milanista Borriello, che morde ogni pallone, che rosica e litiga coi compagni perché non gli danno il pallone, perché sono calci alla generale edilagante ipocrisia linguistica (che poi condiziona il resto della visione e delle opinioni) che vuole i servi giornalisti, i puttanieri premier, i criminali imprenditori, i poveri precari, gli assassini poliziotti che sbagliano, gli ignavi opposizione, e così via...
Se vado allo stadio é per sentire quella tigna, quell'energia nell'aria, non per vedere il fuorigioco di una mezza tibia o per capire quante volte Totti passa la palla indietro o avanti. Mi piacerebbe vivere in un mondo di pane al pane e vino al vino, dove ce ne sia abbastanza per tutti, dove la mancanza di pane e lavoro siano tali e non una temporanea vacuità di risorse da utilizzare. Fanculo! Fanculo quando bisogna dire fanculo, e senza abbassare i toni, senza sorrisi o metafore. Fanculo! Si vogliono abbassare i toni? Che si ritorni a un mondo di trasparenza e più equilibrio sociale e culturale, che o toni scenderanno da soli. Per ora fanculo a sconcerti e mauro!

giovedì 18 novembre 2010

Mi guardi, come fai sempre quando
vuoi dirmi che, soltanto una volta in più, ho sbagliato.
Non ti occupi del mio ginocchio dolorante,
della fasciatura rigida che lo costringe, della mia tristezza
nell'essere - seppure temporaneamente - invalido.

Già pensi al da farsi prossimo venturo,
alle cose che devo fare io per guarire più in fretta,
a quelle che non puoi fare tu perché io sto così;
a tutte quelle cose che ci saranno da fare
quando finalmente starò bene.
Nulla ti arriva della mia sofferenza, di quell'idea
malata che ho spesso nel fondo della mia anima
di averti deluso una volta ancora,
anche se dolore, immobilità e ginocchio sono miei.

Dici, dopo un po' che stiamo in silenzio,
che si può vivere anche coi legamenti rotti, b
asta stare attenti,
basta solo essere un po’ prudenti, non esagerare
e non pretendere troppo da se stessi -
concetti senza tempo che ricorrono come compleanni
e che come tali sto imparando lentamente a odiare.

Basta non fare percorsi accidentati, guardare
sempre dove si mettono i piedi ed evitare
di fare movimenti bruschi e non pensati; insomma,
basta rinunciare gradualmente a vivere, come hai fatto tu,
chiuso nei tuoi anni gravi e nelle tue abitudini quotidiane
cui non rinunci se non per qualche evento eccezionale.
La vita, quella di noi mortali, difficilmente riesce come un percorso netto
e se anche fosse, io, che cavallo di razza non sono mai stato,
di sicuro commetterei quell'uno o due errori
che non mi darebbero la sicurezza di passare
davanti alle tribune, testa alta, coda ondeggiante,
a ricevere l'applauso della gente.

La vita, quella di tutti i giorni, è fatta di buche
e frenate impreviste, di accelerazioni necessarie
e repentini ma inevitabili cambi di direzione,
se no si rischia di essere disarcionati troppo spesso
e troppo spesso rimanere col culo per terra.
Anche se c’è chi fa finta di stare ancora in sella
e mette la mano nella giacca
come fosse un grande condottiero

E se la vita è fatta anche di persone che volendoti accarezzare
fanno male e volendo scalciare ti rimettono in piedi,
io, nel mezzo di questo cammino, voglio avere gambe solide
come ho sempre avuto, e non essere un mezzo uomo,
con mezze gambe, su cui poter contare.

giovedì 11 novembre 2010

Lasciare, andare

per Lidia Riviello

In giorni dissestati come questi, a fatica
dal fondo della mia memoria affiora
un binocolo giocattolo che portavo con me
anche quando andavo a dormire, che a un certo punto
si ruppe.
Avevo più o meno l’età di mia figlia ora
e a quattro anni suonati è difficile accettare
che qualcosa che c’è sempre stato cessi d’assoluto di essere.
Per quel che mi riguardava potevamo anche
tenerlo così com’era, inutile alla sua funzione primaria,
lo avrei visto così come me lo aveva regalato con un sorriso
una lontana zia senza volto né più nome.
Così mio padre mi propose, non di seppellirlo,
che non avrebbe avuto aria per respirare,
ma di lasciarlo in un posto che solo noi sapevamo,
dove avrei potuto fargli visita e salutarlo ogni volta
che con la nostra 850 blu saremmo passati
a fianco del cavalcavia della Pontina, per andare
a quello che all’epoca era il nostro mare.
Era lui il mio eroe a quei tempi, e come mia figlia
ora guarda ammirata i miei tatuaggi o a come
riesco a palleggiare con tutti e due i piedi,
così mi rassicurava il fatto che capisse
la mia preoccupazione acché il binocolo trovasse
una vita diversa da quella che aveva avuto con me,
anche se da sempre per lui una cosa che non serve
si butta via.

Altre cose, altre persone avrei dovuto, mio malgrado
lasciare andare a luoghi e vite differenti, alcune
dall’oggi al niente, senza il tempo di capire
o di vederle partire, altre con lentezza impercettibile,
continuando a transitare sulla solita strada a cui
hanno cambiato il senso di marcia, finché un giorno
non ti arriva a casa una multa. Perciò realizzi.
E tra questi ci sei tu, Papà, con cui penso di parlare
senza capire che quel padre che capiva non c’è più
da molto tempo, che invece di trattenere a me
tratti sbiaditi di quell’immagine lontana, avrei dovuto
guardare la realtà, lasciarti andare ovunque tu fossi
stato intenzionato a dirigerti, come feci quel pomeriggio
con il mio cannocchiale in parte ancora buono.

Ti lascio andare adesso, prima che la vita,
più tiranna e sovrana di qualunque realtà,
lasci andare te, infine, al tuo viaggio verso quel nulla
a cui da sempre, segretamente, aneli.

venerdì 22 ottobre 2010

On a dull day in Claremorris

About one's life people are never right nor wrong,
and there is no sunny day to heal a poor heart
flooded with rain and wind's warm indifference.
When I try to look at the picture of my course
I can rely on no footnotes, no Internet entry,
no side commentary. Hardly my bathroom mirror
is willing to show me signs, day in, day out,
of the unconventional syntagma oozing away
from my body, my face, my wide open eyes.
Many readers I have met in my travelling days,
some have taken my weary legs of the sand
and others have eaten and drunk sodas
while not looking at the close-up scene with me in the back.
You have two loves, the mirror said today, and soon will be three;
one is keeping your eyes open, the second
is gently scraping wax off your shoulders
and the third is softly pulsing in the dark, awaiting
for the right moment to break into the light.
That is all you want to have on earth, all you need
for today and for tomorrow alike.

martedì 8 giugno 2010

discrasia temporanea

continuo a girovagare senza interruzioni
tra ultim'ore insignficanti e notizie popolari,
aggiornamenti di stati e assenze, forse
nell'attesa che qualcosa alla fine succeda.
ma non succede niente. il sole
continua a scaldare e seguire il suo corso.
ci metterà molto a scendere e oscurare
questo tappeto indecifrabile di nature amorfe,
così come io ci metterò il solito tempo
ad attraversare il vuoto intasato di tangenziali,
parallele alla consolare, per tornare
a casa, nel mio familiare, quotidiano ignoto.
Il distacco completo dalla sofferenza del mondo
cerco, quel tunnel di nulla da cui non si fa ritorno.

venerdì 5 febbraio 2010

slowly sluggishly calmer

slowly, sluggishly, calmer
does my boat sails these days
apparently in the direction
i always wanted it to take.

it has a long way to sail,
many bridges to meet, meetings
of waters, many to cross, yet
for the sunny time being

I enjoy my journey, sweetly rolling
slowly, sluggishly, forward.

mercoledì 4 novembre 2009

Lo straniero (zum zu!)

Ogni quattro novembre non posso fare a meno di vedere una piazza assolata, quella di un paese, immagini stranamente colorate dei primissimi anni '70; mio nonno immenso, secolare come una quercia, con la sua giacca della domenica, verde con motivi quadrettati marroni, le sue medaglie (che ancora conservo, anche se prima mi sembravano oro puro e ora una buona miscela di latta e orgoglio personale indiretto)attaccate al risvolto. Una piazza nel sole, la banda di ottoni che riempe l'aria di un suono inconfondibile.
Mio nonno pietro, classe 1899, spedito in Veneto a 19 anni, non mi ha mai parlato della guerra in termini eroici; i suoi ricordi comprendevano fame, povera gente, freddo e bronchite (cronica) che si prese e che lo faceva tossire di notte. Negli ultimi tempi la ringraziavo e apprezzavo in qualche modo; mi diceva che lui, nella stanzetta di casa, era ancora vivo. Lui l'ha sempre apprezzata meno.
Dai racconti che sentivo alcune sere, nell'unica osteria del paese, dove ci si portava la pagnotta col salame e ti davano da bere, la guerra veniva pitturata di grigio, di nero e di rosso, mai d'oro o splendente come spesso, troppo spesso, quasi tutti i giorni, ci viene proposta dal ministero dell'approvazione via etere. Un'azione eroica era rimediare pane e frittata da contadini clementi e comprensivi, che trattavano i soldati come i figli, che magari stavano combattendo da qualche altra parte. Una grande impresa era imboscarsi con una pischella locale e farci all'amore col sottofondo delle bombe che fioccavano. E le medaglie venivano tirate fuori il quattro novembre, per sembrare delle querce secolari e indistruttibili agli occhi di nipotini che facevano davvero ohhhh, mentre mangiavano manciate di patatine e bevevano aranciata da bicchieri di carta.
All'ora di pranzo, mentre la tv mi nutriva del companatico adatto alla mia pasta e fascioli riscaldata di due giorni fa, il ministro della potenza militare descriveva con voce rauca, melensa e lievemente commossa, il giornaliero eroismo dei "nostri" soldati, che combattono giornalmente per tenere a distanza il terrorismo dalle nostre vite. Ingurgitavo i graziosi cereali e pensavo alla faccia di pietro vaglioni, muratore, soldato semplice dal 1916 al 1918, a quella faccia rugosa e con la barba incolta che mi manca tanto, a quello che avrebbe pensato sentendo quel pupazzo di regime mandare a memoria retorichette di secondo esofago da far recitare a bambini lobotomizzati. Tutti che applaudivano, la conduttrice che inanellava improbabili facce profonde e consapevoli del momento. Il ministro che sciorinava le piazze in cui, in questi giorni, si sarebbero festeggiate le forze armate. Il grande concerto dell'ultimo artista che, da grande fustigatore del costume italiota, diviene servo belante con le sue canzonette popolari dell'italia emigrata. Il soldato semplice p.v. che guarda le cosce delle ballerine strabuzzando gli occhi dietro occhiali sempre più spessi, senza capacitarsi di come quella nuova televisione stesse cambiando tutto intorno a sé. Era tempo di andare. Non era più tempo né delle nostre passeggiate, né dei racconti di osteria, né di altro. Il quattro di novembre voglio ricordarlo così: una manciata di patatine, la banda che suona la canzone del piave, l'aranciata, la giacca buona del soldato semplice p.v., il sole nella piazza del paese. Le mie forze armate di buona volontà e cervello sempre acceso. La mia trincea puzzolente e umida che mi dice di non credere, di non comprare tutta questa plastica scadente a scatola chiusa. Chiamatemi Winston Smith, se vi pare, ora vado a dormire.

venerdì 23 ottobre 2009

17 anni, una vita, un'eternità, un battito di ciglia

Non ricordo bene come fosse il tempo, il 23 ottobre 1992; molto probabilmente c'era il sole. Una di quelle giornate ottobrine e romane che rendono impossibile o inaccettabile il pensiero di una fine. Una morte. Con il sole di roma d'ottobre puoi andare ovunque, gira' tutt'er monno. Anche morire col sorriso sulle labbra.
Non ricordo suoni, rumori, sensazioni tattili, gusti. Ho solo immagini, ben nitide, che scorrono a tratti, come quando il satellite è disturbato da un temporale. Mia madre è morta oggi, (o) 17 anni fa. I ragazzi a cui insegno ogni giorno e fino al 31 di questo mese il 1992 lo conoscono come io conosco il 1950 o il 1962, con chuck berry e i beatles, solo che non hanno nulla da ricordare, nulla che li catapulti in quell'anno di stragi di mafia e svalutazione. o forse sì; non sono ancora arrivato ad essere tanto dissociato da andare a chiedere a qualcuno se e cosa lo lega a un particolare anno: ci tengo all'immagine di sanità e intelligenza che il mondo circostante sembra avere di me.
La voce di mia madre è un suono lontano nel tempo, affondato in chilometri di ovatta - eppure penso la riconoscerei al volo per strada, oppure dall'altra parte del cavo telefonico (non mi riesce di associarla al concetto di telefono cellulare).
Stamattina andando al lavoro pensavo vedi che giornata normale, un po' schifosa visto il tempo, gli scioperi, il traffico, le cavallette (...) - pensavo che dev'essere stato il pensiero di quelli che incrociavo per la loro strada ordinaria mentre seguivo quel carro funebre scoglionato che proprio non se ne teneva di andare fino in abbruzzo, al freddo, per poi tornare col buio, il traffico. Almeno non pioveva, quel 23 ottobre 1992. Non ricordo che giorno della settimana fosse; potrei andare a gugolarlo facilmente, ma non cambierebbe l'esito delle cose. Stiamo parlando della mia memoria, non quella di gugol. Potrei gugolare tutte le cose successe in quel giorno (che non era domenica, ma forse venerdì o sabato) ma idem con patate, la cosa che ricordo e che nessuna memoria virtuale potrà cancellarmi è che la sera prima, tardi, sorretto da pochi amici, sono entrato in un ospedale della periferia scalcinata di roma nord, ho preparato un the per mia madre, lei mi ha accarezzato la fronte, salutato, e il giorno dopo non era più.
Mi chiedo se ci sia mai stata.
Mi rispondo di sì.
Ora spengo il computer, vado a prendere un po' di pioggia; senza incazzarmi con gli automobilisti, le buche, il governo, lo smog. Ecco il mio regalo per oggi. O almeno ci provo. Immagino sia questo il vantaggio ad esser vivi.
Amen.

lunedì 21 settembre 2009

andiamo, è ora, io e te -
scuoti via sogni malsani dagli occhi,
stropicciati piano i pensieri, vedi,
la luce filtra piano, i rumori ovattati
si spengono dietro i vetri. il mio respiro
ha ripreso i ritmi di un parlato dolce.
andiamo, è ora.
non prenderemo mille decisioni nello spazio
di un caffè e due biscotti, non ce ne sarà bisogno,
almeno per le prossime due ore.
strade semideserte come cortili
di scuole estive attendono di vedere
i nostri corpi avanzare, in silenzio,
quasi senza camminare. è chiaro, ora:
non potremo ritornare alle strade di sempre,
ma che importa? quale dolorosa differenza
ci costringe a guardare alla scia di paure
esse stesse insicure del loro cammino?

andiamo, è ora. io e te, la nebbia
di mille colori ci si struscia addosso
come la tua gatta al ritorno dal lavoro. non sembra
neanche reale il ritmo dei nostri baci notturni,
inspiegabile, oramai, il tempo che batte
il proprio, di tempo. l'universo sembra condensato
nella brina ai lati della strada. non cerco scuse, passeggio
al tuo fianco come mi compete; è il mio vivere, questo.
andiamo, continuiamo ad andare. io e te, non so
dirlo meglio di come te lo dico ogni notte,
prima di cedere al sonno. andiamo, è ora.
e lo sarà ancora per molto, più di un po'.
andiamo, è ora. ti prego. io e te.

venerdì 24 aprile 2009

Dopo che avrò visto questo inverno così lungo
addolcirsi in piccoli segni di colori tenui
allora saprò che anche il mio cuore
sarà sopravvissuto a quell’oscura apnea.
I piedi e le mani intirizziti dal tanto immobilismo
cominceranno a ricercare un’altra strada, meno battuta
della solita. E sarà in quel lento muoversi incerto
che una tua carezza, amore mio, un tuo timido bacio dato
fuggendo via saranno sufficienti a farmi dimenticare
tutto il buio, i giorni senz’alba, le notti insonni,
a sperare e pregare per una precoce primavera.
Basterà, pensa, un tuo sorriso e la tua mano
che cerca la mia senza guardare, a dirmi
che non avrò vissuto invano.

claremorris, april 9th, 2009
 

Teorema unidirezionale della solitudine

Mi è sufficiente non farmi sentire né vedere,
per non esser visto, ascoltato, da te, come da chi
mi ha sempre professato amore automatico.
Mi sottraggo al ricatto, resto aggrappato
alla vita con misurate sortite,
alla vista e all’udito. Mi allontano e non scappo.

Ricevo risposte cordiali, mi accontento
con un sorriso lento a spegnersi, finché
non affosso il viso in qualche altro
vicolo oscuro. Mi siedo. Aspetto.
Fronteggio il mio nulla assoluto.
Cedo alla tentazione, maledicendo
il mio sbrindellato orgoglio, quando le tue parole
soffiano dolce vento sul mio fuoco, io
mi sento rinascere di altre vite, differenti
possibilità, mille viscere emergono, finché
il rollio non si allenta, per fatalità
a volte, e io resto a guardare l’assenza
di onde, il lento morire d’inerzia;
il nuovo buio sul solito orizzonte.

lunedì 16 marzo 2009

Il TG della notte

Il segnale debole della mia antenna
mi rimanda immagini incomprensibili
fatte di quadratini che si rincorrono
in strisce multicolori che appaiono
per poi essere inghiottite velocemente
da altre di differente tonalità.
Uno screen saver isterico con pochi punti fissi.
La scritta TG1 in basso a destra.
Intuisco che bombardano Gaza, bello sforzo,
vedo qualcuno con le braccia alzate
verso un cielo blu occluso.
Le parole, i suoni, sono frammenti
singhiozzanti e sincopati che a intervalli
irregolari tentano di comunicare concetti,
corredare quelle immagini impazzite.
Il papa rivolge il suo sguardo benevolo
ai fedeli riunitisi in preghiera.
Un cartello con dei divieti.
La polizia arriva sul posto a tragedia consumata.
Le opinioni dei principali protagonisti.
Un campo di calcio, le azioni salienti.
Anche stanotte niente di nuovo.
Tra non molto la pubblicità.

martedì 30 dicembre 2008

Il cumulo dei regali

Il lampeggiare stanco di un albero di natale,
di lucidità sintetiche e riflettenti un ritmo strano,
irregolare nella sua ripetitività.

Le evoluzioni improbabili di una ballerina di fila,
coi suoi quasi 50 anni e il suo corpo alla deriva
verso forme ignote e impensate; quando un giramento
di testa annuncia presagi poco divertenti.

Ho camminato sul muro che divide due mondi
e mai mi sono fatto risucchiare dal tuo, ispido,
grezzo di materia impossibile da plasmare.
Siedo accanto al mio albero minimale, spelacchiato
come un cane innervosito dall'inverno. La luce spenta
e le urla di un'ambulanza soffocato dai doppi vetri.
Scavo nel marmo più duro, senza fermarmi.