About one's life people are never right nor wrong,
and there is no sunny day to heal a poor heart
flooded with rain and wind's warm indifference.
When I try to look at the picture of my course
I can rely on no footnotes, no Internet entry,
no side commentary. Hardly my bathroom mirror
is willing to show me signs, day in, day out,
of the unconventional syntagma oozing away
from my body, my face, my wide open eyes.
Many readers I have met in my travelling days,
some have taken my weary legs of the sand
and others have eaten and drunk sodas
while not looking at the close-up scene with me in the back.
You have two loves, the mirror said today, and soon will be three;
one is keeping your eyes open, the second
is gently scraping wax off your shoulders
and the third is softly pulsing in the dark, awaiting
for the right moment to break into the light.
That is all you want to have on earth, all you need
for today and for tomorrow alike.
venerdì 22 ottobre 2010
martedì 8 giugno 2010
discrasia temporanea
continuo a girovagare senza interruzioni
tra ultim'ore insignficanti e notizie popolari,
aggiornamenti di stati e assenze, forse
nell'attesa che qualcosa alla fine succeda.
ma non succede niente. il sole
continua a scaldare e seguire il suo corso.
ci metterà molto a scendere e oscurare
questo tappeto indecifrabile di nature amorfe,
così come io ci metterò il solito tempo
ad attraversare il vuoto intasato di tangenziali,
parallele alla consolare, per tornare
a casa, nel mio familiare, quotidiano ignoto.
Il distacco completo dalla sofferenza del mondo
cerco, quel tunnel di nulla da cui non si fa ritorno.
tra ultim'ore insignficanti e notizie popolari,
aggiornamenti di stati e assenze, forse
nell'attesa che qualcosa alla fine succeda.
ma non succede niente. il sole
continua a scaldare e seguire il suo corso.
ci metterà molto a scendere e oscurare
questo tappeto indecifrabile di nature amorfe,
così come io ci metterò il solito tempo
ad attraversare il vuoto intasato di tangenziali,
parallele alla consolare, per tornare
a casa, nel mio familiare, quotidiano ignoto.
Il distacco completo dalla sofferenza del mondo
cerco, quel tunnel di nulla da cui non si fa ritorno.
venerdì 5 febbraio 2010
slowly sluggishly calmer
slowly, sluggishly, calmer
does my boat sails these days
apparently in the direction
i always wanted it to take.
it has a long way to sail,
many bridges to meet, meetings
of waters, many to cross, yet
for the sunny time being
I enjoy my journey, sweetly rolling
slowly, sluggishly, forward.
does my boat sails these days
apparently in the direction
i always wanted it to take.
it has a long way to sail,
many bridges to meet, meetings
of waters, many to cross, yet
for the sunny time being
I enjoy my journey, sweetly rolling
slowly, sluggishly, forward.
mercoledì 4 novembre 2009
Lo straniero (zum zu!)
Ogni quattro novembre non posso fare a meno di vedere una piazza assolata, quella di un paese, immagini stranamente colorate dei primissimi anni '70; mio nonno immenso, secolare come una quercia, con la sua giacca della domenica, verde con motivi quadrettati marroni, le sue medaglie (che ancora conservo, anche se prima mi sembravano oro puro e ora una buona miscela di latta e orgoglio personale indiretto)attaccate al risvolto. Una piazza nel sole, la banda di ottoni che riempe l'aria di un suono inconfondibile.
Mio nonno pietro, classe 1899, spedito in Veneto a 19 anni, non mi ha mai parlato della guerra in termini eroici; i suoi ricordi comprendevano fame, povera gente, freddo e bronchite (cronica) che si prese e che lo faceva tossire di notte. Negli ultimi tempi la ringraziavo e apprezzavo in qualche modo; mi diceva che lui, nella stanzetta di casa, era ancora vivo. Lui l'ha sempre apprezzata meno.
Dai racconti che sentivo alcune sere, nell'unica osteria del paese, dove ci si portava la pagnotta col salame e ti davano da bere, la guerra veniva pitturata di grigio, di nero e di rosso, mai d'oro o splendente come spesso, troppo spesso, quasi tutti i giorni, ci viene proposta dal ministero dell'approvazione via etere. Un'azione eroica era rimediare pane e frittata da contadini clementi e comprensivi, che trattavano i soldati come i figli, che magari stavano combattendo da qualche altra parte. Una grande impresa era imboscarsi con una pischella locale e farci all'amore col sottofondo delle bombe che fioccavano. E le medaglie venivano tirate fuori il quattro novembre, per sembrare delle querce secolari e indistruttibili agli occhi di nipotini che facevano davvero ohhhh, mentre mangiavano manciate di patatine e bevevano aranciata da bicchieri di carta.
All'ora di pranzo, mentre la tv mi nutriva del companatico adatto alla mia pasta e fascioli riscaldata di due giorni fa, il ministro della potenza militare descriveva con voce rauca, melensa e lievemente commossa, il giornaliero eroismo dei "nostri" soldati, che combattono giornalmente per tenere a distanza il terrorismo dalle nostre vite. Ingurgitavo i graziosi cereali e pensavo alla faccia di pietro vaglioni, muratore, soldato semplice dal 1916 al 1918, a quella faccia rugosa e con la barba incolta che mi manca tanto, a quello che avrebbe pensato sentendo quel pupazzo di regime mandare a memoria retorichette di secondo esofago da far recitare a bambini lobotomizzati. Tutti che applaudivano, la conduttrice che inanellava improbabili facce profonde e consapevoli del momento. Il ministro che sciorinava le piazze in cui, in questi giorni, si sarebbero festeggiate le forze armate. Il grande concerto dell'ultimo artista che, da grande fustigatore del costume italiota, diviene servo belante con le sue canzonette popolari dell'italia emigrata. Il soldato semplice p.v. che guarda le cosce delle ballerine strabuzzando gli occhi dietro occhiali sempre più spessi, senza capacitarsi di come quella nuova televisione stesse cambiando tutto intorno a sé. Era tempo di andare. Non era più tempo né delle nostre passeggiate, né dei racconti di osteria, né di altro. Il quattro di novembre voglio ricordarlo così: una manciata di patatine, la banda che suona la canzone del piave, l'aranciata, la giacca buona del soldato semplice p.v., il sole nella piazza del paese. Le mie forze armate di buona volontà e cervello sempre acceso. La mia trincea puzzolente e umida che mi dice di non credere, di non comprare tutta questa plastica scadente a scatola chiusa. Chiamatemi Winston Smith, se vi pare, ora vado a dormire.
Mio nonno pietro, classe 1899, spedito in Veneto a 19 anni, non mi ha mai parlato della guerra in termini eroici; i suoi ricordi comprendevano fame, povera gente, freddo e bronchite (cronica) che si prese e che lo faceva tossire di notte. Negli ultimi tempi la ringraziavo e apprezzavo in qualche modo; mi diceva che lui, nella stanzetta di casa, era ancora vivo. Lui l'ha sempre apprezzata meno.
Dai racconti che sentivo alcune sere, nell'unica osteria del paese, dove ci si portava la pagnotta col salame e ti davano da bere, la guerra veniva pitturata di grigio, di nero e di rosso, mai d'oro o splendente come spesso, troppo spesso, quasi tutti i giorni, ci viene proposta dal ministero dell'approvazione via etere. Un'azione eroica era rimediare pane e frittata da contadini clementi e comprensivi, che trattavano i soldati come i figli, che magari stavano combattendo da qualche altra parte. Una grande impresa era imboscarsi con una pischella locale e farci all'amore col sottofondo delle bombe che fioccavano. E le medaglie venivano tirate fuori il quattro novembre, per sembrare delle querce secolari e indistruttibili agli occhi di nipotini che facevano davvero ohhhh, mentre mangiavano manciate di patatine e bevevano aranciata da bicchieri di carta.
All'ora di pranzo, mentre la tv mi nutriva del companatico adatto alla mia pasta e fascioli riscaldata di due giorni fa, il ministro della potenza militare descriveva con voce rauca, melensa e lievemente commossa, il giornaliero eroismo dei "nostri" soldati, che combattono giornalmente per tenere a distanza il terrorismo dalle nostre vite. Ingurgitavo i graziosi cereali e pensavo alla faccia di pietro vaglioni, muratore, soldato semplice dal 1916 al 1918, a quella faccia rugosa e con la barba incolta che mi manca tanto, a quello che avrebbe pensato sentendo quel pupazzo di regime mandare a memoria retorichette di secondo esofago da far recitare a bambini lobotomizzati. Tutti che applaudivano, la conduttrice che inanellava improbabili facce profonde e consapevoli del momento. Il ministro che sciorinava le piazze in cui, in questi giorni, si sarebbero festeggiate le forze armate. Il grande concerto dell'ultimo artista che, da grande fustigatore del costume italiota, diviene servo belante con le sue canzonette popolari dell'italia emigrata. Il soldato semplice p.v. che guarda le cosce delle ballerine strabuzzando gli occhi dietro occhiali sempre più spessi, senza capacitarsi di come quella nuova televisione stesse cambiando tutto intorno a sé. Era tempo di andare. Non era più tempo né delle nostre passeggiate, né dei racconti di osteria, né di altro. Il quattro di novembre voglio ricordarlo così: una manciata di patatine, la banda che suona la canzone del piave, l'aranciata, la giacca buona del soldato semplice p.v., il sole nella piazza del paese. Le mie forze armate di buona volontà e cervello sempre acceso. La mia trincea puzzolente e umida che mi dice di non credere, di non comprare tutta questa plastica scadente a scatola chiusa. Chiamatemi Winston Smith, se vi pare, ora vado a dormire.
venerdì 23 ottobre 2009
17 anni, una vita, un'eternità, un battito di ciglia
Non ricordo bene come fosse il tempo, il 23 ottobre 1992; molto probabilmente c'era il sole. Una di quelle giornate ottobrine e romane che rendono impossibile o inaccettabile il pensiero di una fine. Una morte. Con il sole di roma d'ottobre puoi andare ovunque, gira' tutt'er monno. Anche morire col sorriso sulle labbra.
Non ricordo suoni, rumori, sensazioni tattili, gusti. Ho solo immagini, ben nitide, che scorrono a tratti, come quando il satellite è disturbato da un temporale. Mia madre è morta oggi, (o) 17 anni fa. I ragazzi a cui insegno ogni giorno e fino al 31 di questo mese il 1992 lo conoscono come io conosco il 1950 o il 1962, con chuck berry e i beatles, solo che non hanno nulla da ricordare, nulla che li catapulti in quell'anno di stragi di mafia e svalutazione. o forse sì; non sono ancora arrivato ad essere tanto dissociato da andare a chiedere a qualcuno se e cosa lo lega a un particolare anno: ci tengo all'immagine di sanità e intelligenza che il mondo circostante sembra avere di me.
La voce di mia madre è un suono lontano nel tempo, affondato in chilometri di ovatta - eppure penso la riconoscerei al volo per strada, oppure dall'altra parte del cavo telefonico (non mi riesce di associarla al concetto di telefono cellulare).
Stamattina andando al lavoro pensavo vedi che giornata normale, un po' schifosa visto il tempo, gli scioperi, il traffico, le cavallette (...) - pensavo che dev'essere stato il pensiero di quelli che incrociavo per la loro strada ordinaria mentre seguivo quel carro funebre scoglionato che proprio non se ne teneva di andare fino in abbruzzo, al freddo, per poi tornare col buio, il traffico. Almeno non pioveva, quel 23 ottobre 1992. Non ricordo che giorno della settimana fosse; potrei andare a gugolarlo facilmente, ma non cambierebbe l'esito delle cose. Stiamo parlando della mia memoria, non quella di gugol. Potrei gugolare tutte le cose successe in quel giorno (che non era domenica, ma forse venerdì o sabato) ma idem con patate, la cosa che ricordo e che nessuna memoria virtuale potrà cancellarmi è che la sera prima, tardi, sorretto da pochi amici, sono entrato in un ospedale della periferia scalcinata di roma nord, ho preparato un the per mia madre, lei mi ha accarezzato la fronte, salutato, e il giorno dopo non era più.
Mi chiedo se ci sia mai stata.
Mi rispondo di sì.
Ora spengo il computer, vado a prendere un po' di pioggia; senza incazzarmi con gli automobilisti, le buche, il governo, lo smog. Ecco il mio regalo per oggi. O almeno ci provo. Immagino sia questo il vantaggio ad esser vivi.
Amen.
Non ricordo suoni, rumori, sensazioni tattili, gusti. Ho solo immagini, ben nitide, che scorrono a tratti, come quando il satellite è disturbato da un temporale. Mia madre è morta oggi, (o) 17 anni fa. I ragazzi a cui insegno ogni giorno e fino al 31 di questo mese il 1992 lo conoscono come io conosco il 1950 o il 1962, con chuck berry e i beatles, solo che non hanno nulla da ricordare, nulla che li catapulti in quell'anno di stragi di mafia e svalutazione. o forse sì; non sono ancora arrivato ad essere tanto dissociato da andare a chiedere a qualcuno se e cosa lo lega a un particolare anno: ci tengo all'immagine di sanità e intelligenza che il mondo circostante sembra avere di me.
La voce di mia madre è un suono lontano nel tempo, affondato in chilometri di ovatta - eppure penso la riconoscerei al volo per strada, oppure dall'altra parte del cavo telefonico (non mi riesce di associarla al concetto di telefono cellulare).
Stamattina andando al lavoro pensavo vedi che giornata normale, un po' schifosa visto il tempo, gli scioperi, il traffico, le cavallette (...) - pensavo che dev'essere stato il pensiero di quelli che incrociavo per la loro strada ordinaria mentre seguivo quel carro funebre scoglionato che proprio non se ne teneva di andare fino in abbruzzo, al freddo, per poi tornare col buio, il traffico. Almeno non pioveva, quel 23 ottobre 1992. Non ricordo che giorno della settimana fosse; potrei andare a gugolarlo facilmente, ma non cambierebbe l'esito delle cose. Stiamo parlando della mia memoria, non quella di gugol. Potrei gugolare tutte le cose successe in quel giorno (che non era domenica, ma forse venerdì o sabato) ma idem con patate, la cosa che ricordo e che nessuna memoria virtuale potrà cancellarmi è che la sera prima, tardi, sorretto da pochi amici, sono entrato in un ospedale della periferia scalcinata di roma nord, ho preparato un the per mia madre, lei mi ha accarezzato la fronte, salutato, e il giorno dopo non era più.
Mi chiedo se ci sia mai stata.
Mi rispondo di sì.
Ora spengo il computer, vado a prendere un po' di pioggia; senza incazzarmi con gli automobilisti, le buche, il governo, lo smog. Ecco il mio regalo per oggi. O almeno ci provo. Immagino sia questo il vantaggio ad esser vivi.
Amen.
mercoledì 7 ottobre 2009
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